PRIMAE NOCTIS
GIANFRANCO ZAPPETTINI

GIANFRANCO ZAPPETTINI

Alberto Rigoni

Nel capitolo 11 del Tao Te Ching si legge:
 
Trenta raggi si riuniscono in un centro vuoto
ma la ruota non girerebbe senza quel vuoto.
Un vaso è fatto di solida argilla,
ma è il vuoto che lo rende utile.
 
Se è vero che l’artista o il poeta - secondo la tradizione occidentale - è il vate, colui che vede prima e con maggior chiarezza rispetto agli altri uomini, colui che agli altri uomini può aprire una porta e indicare la via, è anche vero che questa via non è mai un ritorno verso il punto di partenza iniziale: è sempre un percorso in avanti, durante il quale l’artista spoglia se stesso e la propria arte per raggiungere infine il proprio centro. E il centro, come ci indica il Tao - pilastro della tradizione orientale -, è fatto di vuoto, un vuoto circondato e custodito dalla materia (i raggi e l’argilla). Osservando le opere che Gianfranco Zappettini realizzò negli anni Settanta del secolo scorso, siano esse i quadri “bianchi” o le “tele sovrapposte”, quello che non vediamo è importante quanto ciò che vediamo. Nei “bianchi” vediamo una tela ricoperta di acrilico bianco, ma non vediamo la superficie nera dalla quale l’artista ha iniziato; nelle “tele sovrapposte” vediamo uno spazio vuoto sulla tela più esterna delimitato da un quadrato tracciato a matita, ma non vediamo gli spazi pieni o semipieni delle tele sottostanti. Questo vale anche per le opere più recenti, quelle che appartengono alla serie “La trama e l’ordito”, per cui il risultato è una superficie pittorica nella quale i materiali industriali, prodotti di questi tempi, vengono tessuti in un insieme che questi tempi trascende: il “Fine che traspare” (per citare un’altra serie di Zappettini degli anni Novanta) è anche in questo caso un vuoto (l’aspetto esteriore dell’opera) che nasconde la ricchezza e la metodicità di una prassi tradizionale (in questo caso quella della tessitura). Vediamo il risultato, ma non il meticoloso processo che lo ha prodotto, eppure entrambi sono parti fondamentali dell’opera: il vuoto come l’argilla in un vaso, i raggi come il centro in una ruota.
 
Per Zappettini il pensiero che sostiene un’opera è stato, fin dai primi lavori degli Sessanta, una parte equivalente rispetto all’esito dell’opera stessa. Il risultato finale è sempre stato conseguenza di questo pensiero, tramutato in un “processo operativo” (oggi lo chiameremmo “metodo”), che dà struttura e forma all’opera. Quello che si vede nelle sue opere è sempre influenzato da quel che non si vede. Ecco perché non c’è nulla di volutamente estetico o volutamente bello nei suoi lavori: Zappettini non parte dalla meta, la meta è condizionata dal percorso per il quale vi si è arrivati. Se poi la meta - ovvero l’opera - risulterà anche bella, piacevole all’occhio, esteticamente apprezzabile, sarà la conseguenza della giustezza del percorso intrapreso. È importante dunque conoscere questo percorso, artistico ma prima di tutto personale, attraverso il quale il pittore italiano ha condotto la propria ricerca, artistica ma anch’essa prima di tutto personale: è un tragitto che parte dall’Italia degli anni Sessanta, trova assonanze con quanto in quei decenni sta succedendo in America e in Asia, attraversa l’Europa dei musei e delle grandi mostre, poi si perde e si ritrova nei deserti del nord Africa, per riemergere in questi ultimi quindici anni di nuovo sotto gli occhi di tutti.